Un disastro di proporzioni inaudite. In termini territoriali-ambientali e ovviamente anche economici.
I primi sono stati evidenti fin da subito, quest’ultimi invece li vedremo (leggi conteremo) più avanti: è ancora un po’ troppo presto
per calcolare il totale del conto che Harry ha presentato a circa 500 comuni di Calabria, Sicilia e Sardegna. Si parla di 2 miliardi, euro in più euro in meno, ma siamo ancora alle prime rilevazioni dei danni che la furia del ciclone ha provocato spazzando via case, arredamenti, lidi sul mare (in particolar modo), strutture alberghiere, aziende, macchinari, cantine, garage, negozi e merce di ogni ordine e grado. E terra, tanta terra, colpendo quindi anche il comparto agricolo di tre regioni che fanno di turismo e agricoltura i cuori pulsanti delle rispettive economie.
Adesso (come sempre in circostanze di calamità disastrose) la parola d’ordine è cercare di intervenire alla svelta. Consentire di rialzarsi al più presto a chi oggi è in ginocchio significherebbe scongiurare pesanti ripercussioni su crescita, occupazione e Pil. E che non ci sia tempo da perdere lo dicono a chiare lettere il calendario (siamo a pochi mesi dall’inizio della stagione estiva, linfa vitale per tutte e tre le regioni in questione) e le prime previsioni sul Pil del 2026, che parlano di una perdita stimata tra lo 0,8 e l’1% in cui finirebbero risucchiate pure tutte le aziende non localizzate nei territori colpiti ma “in affari”con quelle devastate. Aprire il carosello e imbastire una macchina di ristori economici che non inciampi in cavilli burocratici è la prima carta da calare in tavola, scongiurando che i tempi per le perizie non si dilatino come spesso avviene nel nostro Paese. Anche perchè qualsiasi titolare che ha adempiuto all’obbligo previsto dalla legge di assicurare l’attività contro le calamità naturali sa bene che, fatto salvo particolari (e costosissimi) surplus che in pochissimi avranno versato, le polizze base prevedono risarcimenti solo in caso di terremoti, alluvioni e frane mentre qui siamo al cospetto di una mareggiata, dunque di fatto esclusa dai rimborsi assicurativi. In Sicilia, regione più danneggiata rispetto alle altre, a partire dalle dodici di martedì prossimo 17 febbraio, tutti i titolari delle imprese che hanno subito danni potranno presentare la domanda per ottenere il contributo straordinario – fino ad un massimo di 20.000 euro – attivato dalla Regione già a fine gennaio (avviso già disponibile sui siti della Regione e dell’Irfis) ma è evidente che la parte principale dovrà farla lo Stato. Anche in Calabria, già da lunedì scorso, gli imprenditori hanno cominciato a farsi avanti presentando le denunce sulla piattaforma on-line attrezzata dalla Protezione Civile.
Contemporaneamente alla repentinità dei ristori, l’altra matassa da sbrogliare (e non sarà semplice farlo) è quella che riguarda gli iter delle autorizzazioni alle ricostruzioni, rallentati come noto da verifiche tecniche, modifiche progettuali e rilevazioni sulla sicurezza che, procedendo coi tempi della burocrazia italiana, metterebbero queste zone a serio rischio di desertificazione.

